Da domani prenderò parte a un contest sugli stili di vita sostenibili.
Qui trovate tutte le informazioni: http://apiccolipassi.nelsen.it/.
E che vinca… il più green
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Si è molto discusso dell’Amaca di Michele Serra del 16 marzo scorso in cui il giornalista dichiara senza mezze misure che Twitter “gli fa schifo”, soprattutto perché non c’è conversazione e si augura che i giovani (!) che lo usano imparino a leggere e scrivere altrove.
Sorvolando sul fatto che – per fortuna – non viene usato solo dai giovani, secondo me, Serra ha ragione quando dice che non è uno strumento di conversazione e che rende difficile una normale dialettica, ma è altrettanto vero, a mio avviso, che Twitter si stia sempre più affermando come piattaforma di condivisione di conoscenza e informazione. E questa se non è cultura cos’è? Il confronto c’è, anche se ridotto nello spazio, ma credo che sia inutile ricordare che, se il confronto necessitasse di maggior spazio, sarebbe facilmente spostabile su altre piattaforme.
Io personalmente uso Twitter per condividere e per informarmi, lo uso molto meno per dialogare, per cui credo ci siano spazi molto più adatti.
Vorrei prendere spunto da questo articolo, scritto da Serena Danna il 12 marzo su blog del Corriere.it Solferino28 intitolato provocatoriamente “Tutti possono fare il direttore di giornale?” L’articolo narra dell’acquisto del giornale “The New Republic” da parte di uno dei cofondatori di Facebook Chris Hughes e il punto è che questo persona, definita un “giovane imprenditore” senza alcuna competenza giornalistica, si troverà a fare il direttore di un giornale.
Senza entrare nel merito della vicenda, e della peculiarità del fatto che in Italia non sarebbe così semplice che un ragazzo sotto i 30 anni acquistasse un giornale di cotanto prestigio, vorrei però soffermarmi sul fatto che la fluidità, o la liquidità (citando Bauman) che il web sta regalando alle nostre vite può essere un’arma a doppio taglio, in quanto rende talvolta difficile distinguere tra la professionalità e l’improvvisazione. Ma può essere anche fonte di nuove opportunità, visto che saranno richieste figure sempre più competenti e specializzate per affrontare la giungla di informazioni che ci troviamo davanti.
Si parla spesso di nuove professioni legati ai nuovi media e io sono sempre molto attenta a fare questa differenza, perché credo che le professioni siano sempre le stesse ma adattabili a nuovi strumenti: però sicuramente ci sono bisogni come l’ascolto che vanno sempre più colti.
Chiedo scusa per il titolo poco originale, ma credo che l’espressione “giornalismo ai tempi di Twitter” renda molto bene l’idea dei dibattiti di queste ultime settimane e soprattutto degli ultimi giorni.
Sabato abbiamo assistito tutti alla parabola della falsa notizia della liberazione di Rossella Urru, passando da un feroce entusiasmo a una cocente delusione. E subito dopo è partita la “caccia al colpevole” per capire come mai una notizia così delicata si fosse diffusa con leggerezza. Credo che sia rappresentativo di questo dibattito lo scambio di battute tra Marco Bardazzi, giornalista della Stampa e autore di un articolo intitolato “La realtà non corre alla velocità di un tweet”, e Luca Sofri che ha scelto di rispondergli dal suo blog personale, Wittgenstein. Secondo il direttore del Post, Bardazzi ha fornito “una lettura ingannevole e filtrata da una diffusa abitudine di noi giornalisti a trovare alibi”. Secondo la ricostruzione di Sofri, il qui pro quo sulla presunta liberazione della cooperante sarda non è partita dal web né tantomeno dai social network, ma da fonti giornalistiche più che autorevoli e cita al proposito Calabresi, direttore di Bardazzi, che sulla Stampa in edicola lunedì ha riconosciuto le responsabilità dei giornalisti nel diffondere una notizia non pienamente confermata. Secondo Calabresi, infatti, gli utenti dei social network sono autorizzati a credere alla voce dei professionisti. Bardazzi risponde a stretto giro di posta a Sofri sostenendo che non era sua intenzione colpevolizzare l’uso della rete, ma permettere che “il popolo di Twitter” impari ad autoregolarsi per evitare che l’informazione scorra senza i necessari controlli.
Personalmente ho appreso la notizia alla radio da Ivan Zazzaroni su Radio Deejay che l’ha data, durante una sua trasmissione, con tutti i condizionali del caso, specificando che al momento non c’era ancora alcuna agenzia italiana, ma che stava leggendo gli aggiornamenti su Twitter. E mi ha colpito che Zazzaroni citasse proprio un tweet di Calabresi come conferma della notizia. Ed è proprio nell’autorevolezza della fonte, e di conseguenza del filtro attraverso cui noi apprendiamo una notizia, a far la differenza.
Questo non significa che per me il ruolo di giornalista debba ridursi a quello di mediatore di notizie, ma sono convinta che proprio l’overload di informazione e i tempi estremamente veloci del mezzo imporranno la divisione ancora più marcata tra fonti autorevoli e non.
Il mio post di oggi vuole rappresentare una riflessione più ampia, legata a diverse discussioni sentite in quest’ultimo periodo: spesso si fa confusione tra comunicazione sul web e cincischiare sui social, in particolare su Facebook, come se la comunicazione (e il marketing) avesse un valore minore a seconda della piattaforma utilizzata . In una discussione su Friendfeed intorno alle novità di Zuckerberg sulle brand page, Mafe de Baggis sottolinea che l’elemento centrale in una strategia di comunicazione non dev’essere il contenitore, che appunto può cambiare anche perché non è sotto il nostro controllo, ma il contenuto (chiedo scusa se non riporto l’esatta citazione).
Ed è proprio questo che con il mio lavoro cerco di fare: far emergere il contenuto che un’azienda molto spesso tiene nascosto nelle proprie brochure, abituata, in molti casi fortunati, a essere cercata dai clienti perché leader in un determinato settore da tanti anni. Scegliere il contenuto, organizzarlo e ripubblicarlo sui canali più adatti (il sito, il blog e i social network più pertinenti oltre che più facilmente gestibili dalle risorse interne dell’azienda) in modo da raggiungere i target preposti, che quasi sempre coincidono con l’acquisizione di nuovi clienti.
Non possiamo sapere domani se ci sarà ancora Facebook o se ci sarà una diversa piattaforma pronta a sostituirlo, ma quello che abbiamo imparato è che il nostro contenuto dev’essere sempre più fruibile e disponibile, perché i nostri clienti (che si tratti di B2C o di B2B) sono sempre di più consumatori consapevoli e non si accontentano.
Per questo sono persuasa che sia arrivato il momento di aprirsi.
Ciao a tutti, questo è il mio nuovo blog, sarò breve o prolisso…chi lo sa? per ora solo un saluto veloce e un invito al prossimo Live:
Giovedi prossimo 16 febbraio al Molino Alpha di Tortona insieme a Francesca English per una Sonic Factory Night.
…parlando di cucina con un cuoco, lui mi ha suggerito di cucinare solo quando sono felice, “altrimenti non ti riesce bene”.
L’incontro all’Informagiovani di Alessandria di martedì 7 febbraio è stato molto interessante anche per noi relatori, perché abbiamo avuto il piacere di una sala piena, giovane e interessata all’argomento.
Ho caricato la presentazione su Slideshare se foste interessati.
Per farvi un’idea ancora più ampia potete ascoltare, se avete circa 40 minuti di tempo, questa puntata di Melog (programma di Radio24 condotto da Gianluca Nicoletti) del 6 febbraio dedicata a questo tema.